lunedì 22 ottobre 2018

Recensione: "Il silenzio di Laura" di Paula Fox

Titolo: Il silenzio di Laura (The Widow's Children)
Autore: Paula Fox
Traduttore: Monica Pavani
Prima pubblicazione: settembre 2018
Editore: Fazi
Genere: Romanzo
Pagine: 237
Valutazione: ★★★★★

Memorie di una vita travagliata, più che un romanzo, ecco cos'è Il silenzio di Laura della scrittrice statunitense Paula Fox, scomparsa lo scorso anno. Nel febbraio di quest'anno, la Fazi Editore ha ripubblicato anche Quello che rimane, altro titolo di grande successo dell'autrice.
Paula Fox, Quello che rimane, Fazi Editore, 2018 (Amazon)

Nata nella New York dei primi anni '20, figlia abbandonata e successivamente madre che a sua volta sceglierà di dare una figlia in adozione, il passato della scrittrice è segnato da tragici eventi e matrimoni infelici. Nonostante tutto, Paula Fox è stata un'apprezzata autrice di romanzi per adulti e ragazzi, ricevendo numerosi premi per la sua produzione letteraria, e senza dimenticare che è pur sempre la nonna della musicista Courtney Love
Paula Fox, fotografia di Charly Kurz.

Il silenzio di Laura è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1976 dalla casa editrice E. P. Dutton con il titolo The Widow's Children (letteralmente "i figli della vedova"), ispirato a una poesia di Rainer Maria Rilke. "Un'opera degna di Čechov", così l'ha definita il New York Times, e la critica statunitense l'ha considerata come il capolavoro dell'intera produzione letteraria dell'autrice. 
 Privati delle prime foglie i suoi sterili figli restano lì, e sembrano, davanti agli occhi del mondo, essere stati generati perché lei ha assecondato un terrore...
{ R. M. Rilke - Vedova }
Paula Fox, The Widow's Children, E. P. Dutton, 1976.

Più simile a un'opera teatrale, suddivisa in sette atti anziché in sette capitoli, quello messo in scena dall'autrice è un vero e proprio dramma familiare. È la vigilia dell'ennesimo viaggio dei coniugi Desmond Clapper e Laura Maldonada, andranno in Africa questa volta, e i due hanno ben pensato di organizzare una cena la sera prima della partenza, per salutare gli amici e i familiari più stretti.

C'è Clara Hansen, la figlia che Laura ha avuto dal precedente matrimonio con Edward Hansen, fotografo e pittore fallito, e cresciuta dalla nonna Alma. Riservata e diffidente all'apparenza, cela con una certa goffagine evidenti problemi irrisolti con la madre, di cui tutti sono silenziosamente a conoscenza. Carlos Maldonada è invece uno dei fratelli di Laura, insieme a Eugenio che però non è stato invitato. Insofferente ed estroso, omosessuale con una dichiarata predilezione per i ragazzi più giovani, è un critico musicale fallito. Infine c'è Peter Rice, amico di vecchia data di Laura ed editor di professione, malinconico e gentile, ma anche fin troppo servile nei confronti dell'amica e ormai insofferente al lavoro che svolge.

Fotografati singolarmente durante i preparativi che precedono l'incontro, apprendiamo che nessuno di loro sembra aver molta voglia di partecipare all'evento. E capiamo presto il perché. Laura è una persona difficile da gestire: si lamenta sempre di tutto e di tutti, odiando costantemente nell'altro ciò che non sopporta di se stessa e traendo alimento dalla tensione angosciante che crea nel prossimo. Ma i Maldonada, originari della Spagna, non avevano avuto vita facile. Alma, la madre di Laura, Carlos ed Eugenio, dopo il matrimonio con un uomo più grande che non aveva mai visto in vita sua, era stata costretta a trasferirsi dapprima a Cuba e successivamente in America, dove, dopo aver perso tutto, con negligenza aveva cresciuto i suoi tre figli, per finire alla fine chiusa in un ospizio. Un destino forse impresso nel nome Maldonada che, quasi come una maledizione, impedisce ai tre "figli della vedova" di donarsi in modo corretto al mondo, di donare se stessi agli altri. 
Una volta nel mondo, però, aveva appreso la lezione universale: le famiglie non erano come sembravano; era divenuta assai abile nell'individuare le crepe nelle facciate domestiche. Non erano danneggiati, tutti quanti?
Fulcro dell'intera vicenda è un segreto appreso quel pomeriggio da Laura, imperscrutabile e somma burattinaia nella vita di tutti, tirandone i fili come burattini incapaci di ribellarsi a lei, in una sorta di perenne sindrome di Stoccolma. Laura decide però di custodire silenziosamente quella notizia durante la serata, cosa che la renderà particolarmente nervosa e suscettibile. Soltanto una volta rientrata in albergo con Desmond, si sentirà pronta ad ammetterlo e confidarsi, incaricando Peter Rice di un arduo compito. Quel segreto, così vivo e maledettamente reale, viene custodito da Laura come unico barlume di realtà in una vita ormai fatta di finzioni, di cui quel viaggio in Africa rappresenta l'ennesimo esempio.
 Il mondo è distrutto, cari miei. Non ha proprio senso storcere il naso di fronte al dubbio gusto del sudario che ne avvolge il cadavere.
Tra i fiumi dell'alcol e il fumo delle sigarette, tra le battutine e gli insulti, si trascina una serata claustrofobica dove i personaggi sono compressi in un ambiente chiuso, prima la stanza d'albergo, poi il corridoio e infine il ristorante, scagliati l'uno contro l'altro come combattenti su un ring, in una violenza verbale tale, tipica dei malesseri nascosti in fondo all'anima. I personaggi si punzecchiano fino allo sfinimento, in un'immagine evocata perfettamente da Peter Rice, quando annovera agli altri i famosi porcospini infreddoliti di Schopenhauer.
Le famiglie si stringono fra di loro in una morsa di ferro che definisce. In qualche modo, bisogna rompere la morsa.
L'atmosfera è tesa e una nebbia velenosa sembra aleggiare costantemente sui personaggi e i loro rapporti interpresonali, rendendoli indifferenti, insofferenti, incapaci di elaborare il dolore e la vita. Magistrale la narrazione della Fox, che nel trattare il tema delle famiglie infelici è bravissima, purtroppo per esperienza. Una prosa caratterizzata da descrizioni accurate delle ambientazioni, delle emozioni che suscitano e dei particolari, totalmente assente però per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi. Gusci vuoti, figure inermi incapaci di rispondere agli eventi, alla vita. Impossibile provare empatia per loro, perché non era empatia quella che l'autrice voleva suscitare nel lettore. Il suo scopo era, invece, quello di presentare personaggi estremamente reali, crudeli, veri come la vita stessa, in una sorta di autobiografia romanzata che sembra quasi una confessione, un'ammissione di colpe e una liberazione.
Clara pensò che certamente non potevi salvare nessuno, perlomeno non nelle stanze d'albergo, posti che non appartenevano ad anima viva, luoghi di interruzione, di refrattarietà alla vita di tutti i giorni dove lo spirito vacilla, si fa desolato, intirizzito, ma la carne si scalda, infiammata, irritata dall'odore licenzioso che sembra emanare dal letto, dalla vasca e dal cuscino di chiunque, dal bastardo rifugio di tutti.
Questo libro mi è piaciuto tantissimo, l'ho trovato estremamente realistico nel suo essere estremamente vero e schietto, uno scorcio di vita vera e vissuta, strettamente intrecciato alla vita di un'autrice che ancora non conoscevo e della quale ho prontamente reperito anche l'altro titolo ripubblicato quest'anno, Quello che rimane. Un grazie doppio, quindi, alla Fazi Editore, per la scelta editoriale e per la fornitura di questo titolo!

Se anche a voi è venuta voglia di leggere i libri di Paula Fox, potete trovarli su Amazon nel doppio formato copertina flessibile o eBook, nelle nuove e stupende vesti grafiche della Fazi!

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